La pandemia, Conte, Dostoevskij, Flightradar24, Chatwin, il pesce Bahamut, Sordi, Luigi Ghirri e noi

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Solo fra qualche decennio, quando noi saremo morti o nella migliore delle ipotesi criolocalizzati in un loculo, nel deserto del Nevada o dalle parti di Forlimpopoli, gli storici troveranno le parole giuste per spiegare cosa accadde in Italia in occasione della prima pandemia da coronavirus.

E di tutte le cose che scriveranno al riguardo, con il conforto del tempo trascorso e delle informazioni raccolte, nonché di quel giubbotto salvavita di ogni storico che è il senno di poi, alcune erano forse già chiare fin dall’inizio ed erano queste.

Che si trattava della prima pandemia moderna.

Che forse ce ne sarebbero state altre.

Che eravamo di fronte a un dilemma già noto.

Che il dilemma era: restaurare o rivoluzionare?

Che la risposta politica al dilemma, nella sua pretesta di applicarsi all’uno (il restauro) e all’altra (la rivoluzione), era in fondo già scritta a sua volta nella storia.

L’Italia era già un camposanto anche prima del coronavirus. Si era dotata nel tempo di una classe politica inetta e rumorosa, di un’informazione ridotta a urlo da tabloid, di una cultura media colma di luoghi comuni, di un ascensore sociale funzionante, ma con una tastiera di comando accessibile solo alle truppe del familismo amorale.

Era un Paese insicuro e nervoso l’Italia di inizio 2020, eppure ancora tutto sommato silenzioso, i cui rimbrotti non superavano la soglia dei social network o delle riunioni fra amici e che al massimo producevano inedite maggioranze elettorali. Il coronavirus fece così da miccia. Non solo da noi, ovviamente, ma fu da noi che l’esplosione della santabarbara ebbe effetti strabilianti. Era venuto giù tutto — dissero gli storici dopo — eppure nessuno se n’era ancora accorto.

Così mentre il camposanto iniziava a prendere fuoco, il Presidente del Consiglio tornò da Bruxelles con il suo sorriso incerto e in tasca l’annuncio dei duecento miliardi ottenuti dall’Unione per la ricostruzione. Come il giocatore di Dostoevskij, che esce dal Casinò di Roulettenburg e torna dalla sua bella (anche se lei che è “la sua bella” ancora non lo sa) con le tasche gonfie di soldi (spoiler: poi alla fine perde tutto, lui, la nonna bisbetica e paralitica e tutti gli altri: tutti perdono tutto in quel romanzetto che lo scrittore scrisse al volo perché non aveva soldi nemmeno lui, tutti perdono tutto sempre, è questa l’essenza di ogni azzardo), il Presidente fece del proprio spaesamento un brano della commedia dell’arte, oppure, più semplicemente, affidò la sua sorte e la nostra all’intercessione di uno dei molti santi pugliesi.

Con duecento miliardi di euro forse si potevano fare cose, pensarono in molti. E tuttavia il dilemma non si chiamava dilemma a caso.

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All’inizio di marzo, nel giro di poche settimane, gli aeroplanini gialli sui cieli d’Europa meticolosamente tratteggiati da Flightradar24 erano in gran parte scomparsi. La pandemia ci aveva suggerito di rivedere la nostra idea del viaggio. Il simbolismo velico di Greta Thumberg, da New York all’Europa in catamarano, veniva così superato a destra da un gesto altrettanto simbolico, ma di inattesa brutalità. Tutti a terra, immediatamente: poi si vedrà cosa fare. Una specie di undici settembre, con tutti i voli commerciali di un intero continente costretti all’atterraggio, questa volta per mesi e mesi.

Nel caso specifico il dilemma ci stava domandando:

“volete voi tornare come eravamo prima, o avete voi, sull’idea stessa del viaggio e su tutto quanto ci orbita attorno, nuove idee da proporre? Piccole o grandi rivoluzioni? Perché, nel caso, questo sarebbe il momento”.

Il dilemma riguardo al lavoro era perfino più importante. Andava affrontato, se possibile, fuor di filosofia e alla larga da ogni espediente retorico, ma ciò non accadde. La piccola Italia feudale alle prese con lo smart-working fece tenerezza agli studiosi che decenni dopo provarono a ricostruirne le tracce. E perfettamente in linea con l’idea italianamente inconcepibile del “lavorare stando a casa” furono le reazioni istintive dei sindaci, dei sindacati e dei capi azienda. Quelle prese di posizione e quelle reazioni automatiche disegnarono allora, in un 2020 così denso di inattese novità, il vero fossato fra noi e gli altri Paesi: una distanza che immaginavamo minima e scoprivano invece enorme fra il nostro modo di lavorare e quello degli altri. Era la cosiddetta trasformazione digitale, della quale sarà possibile riempirsi la bocca solo fino al momento in cui un virus non ti costringerà ad occupartene veramente.

Il lavoro, dentro la crisi della pandemia, si mostrò subito per quello che è da sempre: un polipo dai tentacoli lunghissimi, capaci di arrivare ovunque, toccare tutto, frugare ogni angolo. Fino a interessare non solo i luoghi nei quali lo si fa, ma il tempo libero, le ore di sonno, il gesto di trasportare sé stessi da casa al lavoro e dal lavoro a casa, la qualità del cibo che mangiamo, i tempi con i quali lo digeriamo, le volte che abbiamo visto un tramonto fenomenale, dal finestrino di un’auto o più comodamente dal terrazzo di casa. Dov’eri quando c’è stato quel tramonto? Eri a casa, stavi lavorando?

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Alcune foto, tratte dai profili social di amici, del tramonto sul nord italia la sera del 23 novembre 2020.

Il dilemma, quando si tocca il lavoro e tutto il brulicare di vita che gli sta attorno, è un’esplosione da migliaia di chilotoni, rompe i vetri delle case per chilometri, spezza le vene di qualsiasi politica, incapace, anche nelle sue versioni migliori, di districare sé stessa dentro una simile complessità.

Meglio attendere che il Perito Moreno si sciolga, allora; meglio raccogliere una scaglia di dinosauro da riportare in Europa ai nostri nipotini, piuttosto che affrontare il mostro del lavoro che affonda assieme ai suoi mille tentacoli.

Nella stanza da pranzo della nonna c’era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l’armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c’era scritto qualcosa con inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere. “Cos’è questo?”. “Un pezzo di brontosauro”.

(Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi 1982)

Gli storici scrissero poi che, un dilemma dopo l’altro, le nostre vite furono sottoposte a una compressione insopportabile. Una specie di fastidio che partì piano, come una leggera pressione sull’orecchio, e diventò via via sempre più forte. La pandemia si trasformò nel giro di pochi mesi in un torrente di domande importanti e rispondere diventò non solo difficile, fu -nei fatti- impossibile.

Camminare,

prendere aria,

osservare il cielo,

lavorare,

baciarsi,

giocare a calcio,

stringersi la mano,

pagare il pane,

abbracciarsi.

Sì, ma come?

Il Presidente, come aveva fatto fino ad allora, scelse di non scegliere. Pensando di essere Salomone non si accorse di essere Pilato.

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La penisola, da parte sua, fu travolta da un diluvio retorico. La retorica, del resto, in politica e altrove, è la scorciatoia degli ignavi e l’espediente di chi non sa che pesci pigliare. E la retorica indicò il pesce, e il pesce il percorso, e il percorso era quello del ritorno alle origini che tutto collegano, esattamente come lo aveva immaginato J. L. Borges nella poesiola cosmologica del pesce Bahamut che io declamavo con ridicola enfasi, tanti anni fa, a mia figlia piccolina:

Dio creò la terra, ma la terra non aveva sostegno, e così sotto la terra creò un angelo. Ma l’angelo non aveva sostegno, e così sotto i piedi dell’angelo creò una montagna fatta di rubino. Ma la montagna non aveva sostegno, e così sotto la montagna creò un toro con quattromila occhi, nasi, bocche, lingue e piedi. Ma il toro non aveva sostegno, e così sotto il toro creò un pesce chiamato Bahamut, e sotto il pesce mise acqua, e sotto l’acqua mise oscurità, e la scienza umana non vede più oltre.

(Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi 1962- traduzione di Franco Lucentini)

Tutto da noi dipende da qualcosa d’altro in maniera maggiore che altrove, e che l’Italia fosse il luogo delle rivoluzioni impossibili era già chiaro da almeno un paio di secoli. Così anche quella volta non ci furono eccezioni. Mentre alcuni Paesi vicini, più piccoli, più giovani, meno carichi di oscurità scelsero la rivoluzione, chiusero gli occhi lanciandosi a tutta velocità verso il futuro, per esempio la Slambonia che entrò nella pandemia come oscura repubblica dei Carpazi, per uscirne, con la sua capitale Crisopoli rifiorita e ripopolata, in forma di stato moderno digitale e democratico. Altri Paesi fecero scelte interlocutorie, altri ancora, come il nostro, si sistemarono nell’unico luogo nel quale era possibile sistemarsi. Là dove le parole dicevano cose che i fatti non conoscevano.

I duecento miliardi del Presidente, che sarebbero arrivati col tempo e non senza condizioni, si trasformarono in un’ipotesi di denari per tutti che diventava certezza. La scena era, ancora una volta, quella del telefono pubblico del bar fra le baracche nella periferia romana di Comencini, quando il professore spiega ad Alberto Sordi cos’è “il quantum”. Sarà inutile specificare che la vecchia è in questo caso la vecchia Europa.

Fioccarono allora i progetti, come avviene sempre in casi del genere: le compagnie aeree, i ponti sullo stretto, i cantieri a Napoli e l’acciaio a Taranto, le quattro corsie qua e le alte velocità là, la nuova generazione verde affidata alle cure di ENI.

Vinse rapidamente, in quel 2020, la visione politica di un novecento nemmeno tanto tardo, fatto di fabbriche e operai, di cantieri e commesse statali, di burocrati in testa e politici decisori su tutto. A fianco, senza apparenti imbarazzi, il corposo racconto di un futuro digitale che nessuno voleva veramente, un’ipotesi di cartapesta, come il fondale di un film a basso costo, con pochi soldi e nessuna convinzione.

Il digitale fu utilizzato come semplice strumento di restaurazione, il breve fastidioso intervallo per una vita che, dopo la pandemia, desiderava ritornare piena, che voleva ripresentarsi la scuola e il lavoro il prima possibile, in presenza — dicevano, ben consci che l’opposto della parola presenza è la parola assenza. Nemmeno un cenno di ringraziamento a quell’assenza che fino al giorno precedente li aveva tenuti in vita.

La fila dei questuanti era già lunghissima: possedere una visione, anche piccola, avrebbe significato dover scegliere, e assumersene le responsabilità e questo era forse impossibile in un Paese dove l’etica era stata da tempo sostituita dalla retorica.

Non era tutta colpa del Presidente inetto, né solo di quelli che lo avevano preceduto. Scegliere il meglio per i cittadini era sempre stato difficile, era da sempre un fallimento da tutti placidamente atteso e cristianamente tollerato. Del resto se la qualità delle scelte politiche dipende dai politici, la scelta dei politici da chi dipende? Eccolo il pesce Bahamut che ritorna.

Adesso però era scaduto il tempo e non era nemmeno più possibile proporre per l’ennesima volta agli altri i nostri limiti come fossero pregi. La celebre creatività italiana, l’arte di arrangiarsi, che spreme le meningi all’ultimo istante. La celebrazione di una grace under pressure che — per dirla tutta — aveva già stancato anche prima del virus. Nella crisi generale a nessuno sarebbe più venuto in mente di commentare un simile “talento” con espressioni di ammirazione. Un sogghigno, al massimo, era quello che ci potevamo aspettare. Ah eccoli, les italiens, che muoiono a mazzi mentre attendono l’ispirazione geniale.

Gli storici isolarono poi dilemmi più piccoli ma non meno significativi: tutti assieme, uno vicino all’altro, attraversarono come lame quei giorni tristi.

Ma se anche poi fosse stata davvero ri-vo-lu-zio-ne, fossimo stati anche noi bravi e coraggiosi come in Slambonia, cosa avrebbe significato quella parola? Significava la rivincita della periferia rispetto al centro? Una periferia connessa, verde e silenziosa contro un centro caotizzato, insalubre e impazzito? Avremmo modificato le nostre abitudini preferendo una socialità più rarefatta? Oppure, come accade spesso nelle rivoluzioni, tutto si sarebbe espanso temporaneamente per poi ritornare in fretta verso il punto di partenza? Volevamo essere nucleo o materia oscura?

Non so cosa scriveranno gli storici al riguardo di questa pandemia nella quale siamo finiti improvvisamente con tutte le scarpe. Essendo a quei tempi probabilmente morto dubito che me ne importerà qualcosa. Ma è difficile oggi non immaginare, ancora una volta, l’Italia come il luogo della più prevedibile restaurazione. Un ristoro che si complicherà nei mille rivoli della furbizia nostrana aggiungendo astio e invidia repressa a una situazione già drammatica.

Non so cosa troverete scritto in quei libri ma al momento mi parrebbe piuttosto difficile intestare a questo Paese qualsiasi innamoramento rivoluzionario, orizzontale, tecnologico, ecologico. Al momento e forse, nei secoli dei secoli.

In ogni caso l’immagine di come siamo ora è stata scattata da Luigi Ghirri a Lido di Spina nel 1974. Così almeno mi sento io, verso la fine di questo anno terribile.

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13 dicembre 2020

Written by

la verità al di qua dei Pirenei.

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